Anche se le nevicate e le basse temperature di questi giorni di inizio marzo, non si sono fatte attendere, è ormai evidente, a chi frequenta boschi e sentieri di montagna e collina, che l’inverno sta volgendo al termine.

Appena un raggio di sole penetra attraverso la coltre di nuvole, la temperatura si alza in breve, i “freddi” mattutini e notturni non fanno più così paura come i “freddi” di gennaio e nei boschi si vedono le gialle primule, gli ellebori, gli anemoni, i bucaneve e, nelle radure più soleggiate sotto i pini, delle belle e vivaci chiazze di erica.

L’elleboro è un bel fiore con i petali bianchi che spicca per portamento e dimensioni, dal bel mezzo della vegetazione. A differenza dal colore dei petali il nome scientifico di questa pianta è Helleborus niger, elleboro nero. Il nome deriva dal fatto che il suo rizoma (le radici) è scuro. L’elleboro nero è una pianta perenne a fioritura molto precoce nei boschi di montagna. I fiori, generalmente solitari, presentano un delicato colorito bianco che tende al rosato verso la maturità. I nomi con cui si conosce questo bel fiore bianco sono molti e differiscono a seconda delle zone. Ne cito alcuni tanto per capire di cosa parliamo: Elleboro bianco, Rosa di Natale, Elleboro nero, Elabro nero, Rosa d’inverno, Radice d’Ippocrate, Rose de Noël.

Chiunque frequenta i boschi di montagna dalla Francia all’Ucraina si imbatte in gran quantità di questo fiore. Infatti cresce comune in Centro Europa e in zone limitrofe con clima temperato. In realtà da noi fiorisce da febbraio ad aprile ma in altre zone l’antesi ( la fioritura) inizia già a dicembre. Per questo motivo è chiamato anche “Rosa di Natale”.

 L’habitat che questa Ranuncolacea predilige sono le pinete, le faggete e in genere i boschi submediterranei, spesso con terreno calcareo, dai 200 ai 1.000 metri di quota e (raramente) può spingersi, in particolari condizioni, anche ai 1800 metri sul livello del mare.

In Veneto, Lombardia e in Trentino si trova una sottospecie che può confondersi con l’elleboro nero, che è la macranthus (Helleborus niger ssb, macranthus), che presenta foglie verdi ma opache, verde-glauche con larghezza massima vero la metà, margine con denti patenti. Fiori con diametro di 8÷11 cm, tepali per lo più bianchi.

Un tempo questo fiore era presente stabilmente anche in Toscana, dove adesso la sua presenza è incerta, e in Abruzzo dove sembra non voglia più vivere. La cosa curiosa è che in Valle d’Aosta è stata segnalata un paio di volte per errore, ma in realtà, in questa regione non sembra esservi traccia di elleboro nero.

Il nome del genere Helleborus pare sia di origine greca e derivi da “Hellèboros” fiume greco che attraversa la città di Antkyra, dove nell’antichità si utilizzava contro la pazzia una pianta locale dello stesso genere: l’Helleborus orientalis; i greci ritenevano infatti che l’Elleboro curasse la pazzia.
Helleborus, deriva dal nome originale greco della pianta, fa riferimento all’antico uso medicinale della pianta. Il nome specifico dal latino “niger” che vuol dire “nero”, come ho già detto è per il colore scuro della radice ramificata che lo ancora al terreno e lo nutre.

Essendo una Ranuncolacea questa pianta è tossica. Se ingerita ha effetti antielmintici, purganti, diuretici, irritanti, narcotici, cardiotonici, fortemente emetici.
Per il contenuto di glicosidi cardiottaivi, fra cui l’elleborina, un glucoside, la cui azione danneggia il muscolo cardiaco, questa pianta è ritenuta altamente tossica, sia per gli uomini che per gli animali.
Può provocare avvelenamento caratterizzato da vertigini, rallentamento del polso, bruciore e asprezza alla bocca, vomito, diarrea, delirio, sonnolenza, collasso e morte per arresto cardiaco, senza che la coscienza sia alterata. Praticamente una punizione divina!

Esistono molte leggende sull’uso di questo fiore. Si racconta che un pastore di nome Melampo, indovino e guaritore, avendo osservato che le proprie pecore, si purgavano mangiando l’elleboro, pensò di somministrare lo stesso alle figlie del re di Argo, Preto. La pazzia aveva colpito le giovani principesse, esse credevano di essere diventate vacche. Melampo le guarì, come ricompensa ottenne il titolo onorifico di “Purgatore”una parte del regno di Argo e la mano di una delle principesse.
Gli antichi greci ricorrevano alla frase “aver bisogno dell’Elleboro ” per indicare i folli, in quel tempo molti malati di mente si recavano ad Antycira, nel golfo di Corinto, che era località rinomata per la vegetazione ricca di Elleboro, luogo consigliato anche dal poeta latino Orazio.
Racconta la leggenda che Eracle fosse stato guarito dalla pazzia proprio grazie a questa pianta.
Pare che gli antichi filosofi ricorressero ai principi di questa pianta per raggiungere uno stato ipnotico, molto simile alla meditazione profonda.
Un uso particolare ne fece Paracelo che usò le foglie dell’Elleboro per la preparazione di un “elisir di lunga vita”.
Gabriele D’Annunzio, ne “La figlia di Iorio” lo cita:”Vammi in cerca dell’Elleboro nero, che il senno renda a questa creatura”.
Anche gli inglesi hanno la loro leggenda in merito all’Elleboro, pare che spargendo la polvere della radice mentre si cammina, questa abbia il potere di rendere invisibili.
Nei paesi della bergamasca, in particolare della Val Cavallina negli anni 50 e sino alla fine degli anni Sessanta, era florido il commercio della rosa di natale: i bambini raccoglievano i fiori e li portavano in un punto di raccolta dove venivano selezionati e poi contati, un centesimo a fiore era la ricompensa.
I pochi soldi racimolati, in quegli anni di miseria, servivano per comprare i quaderni e quando il raccolto era abbondante: grande festa!! Ma l’elleborina contenuta nelle parti della pianta ha degli effetti così potenti che in passato la corolla del fiore era associata alla capacità di rendere invisibili le persone (forse e le streghe..). Per chi ne utilizzava le parti, la raccolta dell’elleboro andava effettuata nelle notti di plenilunio. Come l’aconito napello e alla belladonna (due potentissime piante velenose), era utilizzato nei filtri che avevano lo scopo di tramutare gli uomini in bestie. E’ molto importante far notare che tutte e tre queste piante hanno un forte effetto allucinatorio, se non mortale.
Le parti più pericolose sono le radici, che andranno pertanto evitate o se proprio inevitabile, maneggiate con estrema cautela.

Articolo postato da: Happy Owl Tracks

Fonti: Acta Plantarum, Flora Italiana , Val Brembana.

 

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