Ma è vero che Leonardo da Vinci aveva tempo di pensare alla bici?

Qualche giorno fa, mentre ero alla guida della mia auto sull’A22 del Brennero, osservando le ondulazioni della valle e il percorso della ciclabile che corre accanto, mi sono soffermato a pensare ai percorsi che andrò a proporre per delle esperienze in bici  la prossima estate. Poi, come capita sempre, la mente ha cominciato a vagare e mi sono perso in un mare di domande. Ho cominciato a chiedermi se esiste una data di inizio del cicloturismo nel mondo.. e in Italia?  Poi ho cominciato a chiedermi dove si comincia a praticare questa attività nata da abbondanza di tempo libero e energia.  E’ possibile tracciare una storia dei viaggi e dell’uso della bicicletta a scopo ricreativo, sportivo o culturale? Come si è giunti al cicloturismo praticato oggi? Chi è quel pazzo che ha inventato la bici con le flat tires?

Andando a fare qualche ricerca  mi ha incuriosito molto il fatto e che nel Quattrocento, Leonardo da Vinci aveva già pensato di salire su una bicicletta e farsi due pedalate. Hai letto bene.

Lo schizzo di Leonardo da Vinci

Nel Codice Atlantico di Leonardo da Vinci (1452-1519) si trova un disegno di un prototipo eseguito con matita a carboncino e databile intorno al 1493 che stupisce per la genialità della propria concezione, e può considerarsi il progenitore della bicicletta moderna. Esso è concepito in legno ed è provvisto di un sostegno fisso per appoggiare le mani; di una forcella anteriore e posteriore; di un telaio orizzontale che collega due ruote di uguale dimensione dotate di mozzi e di raggi; di un asse (movimento) centrale; di una guarnitura (corona, pedivelle e pedali) posta al centro del telaio, la quale a sua volta è provvista di una catena di trasmissione che la collega a un pignone sul mozzo della ruota posteriore motrice; di una sella con sospensioni… In altre parole, questo schizzo racchiude le invenzioni meccaniche più importanti che si affermeranno laboriosamente solo quattrocento anni più tardi.
Le vicende legate al disegno di Leonardo e al suo ritrovamento hanno del romanzesco, e forse proprio per questo hanno dato spunto alla narrativa. Formato alla fine del XVI secolo dallo scultore Pompeo Leoni, che riunì in un solo album circa 1300 carte vinciane, il Codice Atlantico fu affidato dal 1966 al 1969 ai monaci del Laboratorio di Restauro di Grottaferrata per un ripristino. Nel corso dei lavori i restauratori staccarono due fogli piegati a metà e incollati fra loro dal Leoni per coprire alcuni disegni osceni che vi comparivano. Il primo ad accorgersi che accanto alle oscenità era visibile lo schizzo di un veicolo molto simile a una bicicletta, fu nel 1972 il professor Augusto Marinoni, il quale aveva ricevuto l’incarico di trascrivere il codice dalla Commissione Vinciana di Roma. Marinoni annunciò la scoperta due anni più tardi nel volume The Unknown Leonardo (McGraw Hill Book Co.) attribuendo lo schizzo non già alla mano del Maestro, bensì a quella di un allievo della sua bottega, forse tale Gian Giacomo Caprotti, detto Salaì, che avrebbe copiato “in modo puerile” un disegno, poi perduto, di Leonardo .La notizia del ritrovamento procurò molte critiche a Marinoni che da alcuni studiosi fu addirittura ritenuto l’autore di un falso clamoroso. In particolare, Hans-Erhard Lessing, al tempo curatore del “Landesmuseum für Technik und Arbeit” di Mannheim, si scagliò contro di lui respingendo con decisione l’autenticità dello schizzo. Tutte le prove addotte dallo studioso tedesco si rivelarono però infondate. A sostegno di Marinoni, al tempo considerato il massimo esperto a livello mondiale di Leonardo da Vinci, si schierarono tra gli altri il professor Jean-Pierre Baud dell’Università di Strasburgo e James McGurn dell’Università di York il quale, nel suo On Your Bike: An Illustrated History of Cycling scrisse: “[…] the vigourous scepticism of critics has failed to undermine any of evidence for authenticity set up by Professor Augusto Marinoni, the leading da Vinci scholar” .

Per spiegare l’intera vicenda, molti divulgatori ricorrono ancora oggi all’ipotesi della burla escogitata da un ciarlatano (Bietolini 2003:8; Marchesini, Mazzi, Spada 2001:14-15). Tenuto conto del fatto che, fino a questo momento, nessuno ha potuto dimostrare che il foglio 133v del Codice Atlantico è stato effettivamente manomesso in epoca recente, l’ipotesi della burla convince, in tutta evidenza, men che poco. Al grande Toscano spetta dunque il merito, fino a prova contraria, di avere concepito per primo una macchina destinata a rivoluzionare le abitudini di vita dell’uomo moderno.

Checché se ne dica, tanta e tale ideale paternità della bicicletta può solo accrescere il fascino di una straordinaria invenzione. La storia continua..

Fonte:  Il cicloturismo e la sua storia, 2005

Vedi anche: bike Italiafiab,

Articolo postato da : Happy Owl Tracks

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