Ecco un post di una parte di un articolo che qualche anno fa un mio caro amico scrisse per presentarsi a un concorso di fotografia. E’ una cosa molto semplice, forse un po’ polemica, ma mi ha colpito per la sua autenticità.

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Sono una persona che lavora per una multinazionale da quasi dieci anni.

Pronunciare questa frase mi costa parecchio. Non che abbia qualcosa contro quelli che lavorano come matti  dieci ore al giorno cinque giorni a settimana, ma piuttosto perchè nel mio profondo ho sempre pensato che quell’interesse sfrenato nella ricerca del profitto economico finanziario e del comfort, siano sempre stati un dramma per tutti noi e per l’ambiente in cui viviamo.

Ecco, avete già capito che tipo sono.

Purtroppo proprio il mondo del “mercato globale” e degli affari è la causa principale dei problemi del nostro pianeta. Intendo problemi come l’inquinamento atmosferico causato dalle nostre fabbriche, dai nostri mezzi di trasporto, dagli allevamenti intensivi per il nostro cibo e i nostri vestiti. Problemi sono anche l’alterazione degli ecosistemi e l’alterazione del clima.  La ricerca spasmodica del guadagno, che lentamente ha anche causato l’annientamento delle culture native, lo spopolamento di molte aree del pianeta e il sovra popolamento di altre, la perdita di tradizioni e delle dignità dei popoli. Quest’ultima perdita, la dignità dei popoli, credo che riguardi, molto da vicino anche le aree più industrializzate della Terra.

Va bene, il progresso ci ha condotto ad una vita media più lunga (e forse più sofferta?) e più agiata. Ha prodotto posti di lavoro e risolto molti, ma non tutti problemi riguardanti la nostra salute e, nel complesso, ci ha condotto a standard di vita più alti. E questo sarebbe il lato bello della medaglia; ma a quale prezzo siamo arrivati ad ottenere ciò?

Sono nato e vissuto in un paese di montagna, nel punto che allora, negli anni Settanta, era zona di confine tra Italia Austria e Yugoslavia.  Prima che aprissero le frontiere era una  fiorente zona di confine con mercati, transiti  di merci e scambi culturali tra varie etnie;  quella italiana  era arrivata nel  secondo dopoguerra, mentre  quella austriaca e quella slava erano  naturalmente presenti da tempo.

Le interazioni culturali e le influenze, come le differenze, erano evidenti e si combinavano in modo tale da produrre, pur non senza difficoltà,  un’identità, un unità, un senso di appartenenza a una terra. Molti di  noi, viste le poche attrattive offerte dal paese, sono cresciuti immersi nella  natura praticamente tutto l’anno.  Il nostro campo giochi erano i pascoli, i boschi, i fiumi con l’acqua gelida e la corrente forte. Si arrampicava, si sciava, spesso fino a primavera inoltrata o si camminava in montagna. Eravamo sempre in molti e nei nostri confronti la natura non ha mai avuto discrimazioni.
In paese ci si conosceva tutti almeno di vista e la stessa cosa valeva per quanto riguarda la scuola. Tutti conoscevamo personalmente i maestri ma anche le loro famiglie e spesso i nostri padri si trovavano con loro al bar per un buon “taglio” e due chiacchiere tra amici. Un po’ come avveniva nei gruppi o nelle tribù delle popolazioni native di altre zone del pianeta e in altri momenti storici. Allora i maestri delle scuole erano quasi tutti della zona e a volte, prima di lavorare per la scuola, avevano praticato i lavori più svariati: boscaiolo, falegname, fabbro, maestro di sci, tracciatore, guida alpina per turisti, accompagnatore per cacciatori.

Per questo motivo, oltre ai canonici insegnamenti, spesso ci veniva spiegato anche che legno era meglio usare per fabbricare i mobili, perché la neve oggi era più pesante di ieri e perché domani avrebbe nevicato ancora e via dicendo. Ricordo che durante le lunghe nevicate di dicembre e gennaio il paese restava bloccato dei giorni interi e a noi bambini piaceva tantissimo starcene a casa al caldo della stufa e non andare a scuola.

Quando fui un po’ più grande io ed altri testardi amici, passavamo molto del nostro tempo imboscati. A volte, invece che andare a fare il nostro dovere di studenti si andava a camminare per i boschi, ad arrampicare a costruire capanne o a pescare, e facendo queste cose, col tempo eravamo riusciti ad affinare le nostre conoscenze e il nostro istinto nei riguardi dell’ambiente che ci circondava.

Sapevamo che se in montagna o in bosco ci si fosse ficcati nei guai, nessuno sarebbe venuto a tirarci fuori. Dovevamo contare solo sulle nostre forze e la nostra capacità di valutare ogni situazione. All’epoca non sapevo che questa situazione è ciò che nel buddhismo giapponese viene definito con la parola “ jiriki”; ovvero “contare sulle proprie forze”. Verso i quindici anni c’è stato un momento in cui volevo essere considerato addirittura una sorta di “eremita dei boschi”, un “Uomo Verde” dei boschi come quello delle tradizioni celtiche.

Articolo postato da: Happy Owl Tracks

 

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